28 agosto 2013

Il sonno della ragione genera mostri. La smania di profitto, di più.

Mi ero stufata di raccontare di ordinaria scarsa serietà professionale.
Ma, essendo idealista e testarda, l'insistenza di una risposta balorda da un'azienda che mi vorrebbe ingaggiare in virtù del mio curriculum e delle mie facoltà intellettive, esigendo che io firmi un contratto assurdo, mi fa attorcigliare le budella come una pentola di fagioli di Bud Spencer.
I fatti: rispondo, in luglio, all'annuncio di una scuola di lingue di Milano che cerca un docente di inglese a Trento.
Piccolo corso, orario scomodo, pochi soldi; dicono che "l'azienda cliente non investe 
(= spende) in formazione".
Orizzonte lavorativo incerto, esiguo sforzo lavorativo necessario , assicurazione dell'auto da pagare: accetto comunque.
Tutto chiaro, ma quando arriva il contratto da firmare, leggo clausole non pertinenti e la cifra pattuita è errata (anzichè netta, lorda).
Con fermezza cortese esprimo le mie perplessità.
Risposta "Il contratto è uno standard redatto dal nostro (mostro) commercialista e non si può cambiare."
Insisto: firmerò solo una copia corretta.

Ferragosto passa e la segretaria torna alla ribalta; niente copia corretta; nuova richiesta di firmare entro fine mese.
Forte della serenità conquistata nelle mie splendide vacanze, decido di mantenermi "zen". Leggasi con un sorriso telematico che "sono certa che il commercialista troverà il tempo per rimediare alla sua svista."
Voglio dare per scontato che il commercialista faccia il suo lavoro. È pagato per questo; e forse più di me. O forse no, e per questo si rifiuta di modificare il documento?

Sorvolo sul fatto che ingaggiandomi per le mie facoltà intellettive, non mi capacito di come possano supporre che io firmi un contratto che mi danneggia.



Di nuovo, però, da Milano rispondono picche.
Addirittura, la perplessa segretaria osserva "è la prima volta che ho questo tipo di richiesta".

Beata emigrata che spensieratamente in ferie interrompi il tuo riposo per controllare la mail, non roviniamoci la fine dell'estate.
Pensami come Obelix fermo davanti al pentolone di magica pozione. Obelix non la può bere. Io non posso firmare.

Per inciso, è una cifra a cui posso rinunciare.
E' una sorta di lusso, dunque, che io possa insistere a non firmare.
Ma la questione non sono i pochi spicci di differenza fra lordo e netto.
L'orizzonte del contendere è la relazione umana e professionale.

Se lo vogliamo, fondata sulla dignità, su una serietà lavorativa e di prassi sana che può portare a una reciproca fiducia e soddisfazione.
Se lo vogliamo.
Sennò, all'armi all'armi, per farci largo in questo sconquassato mercato del lavoro scaraventato nella più sregolata sopraffazione del più stronzo.
Sarà anche vero, come dice la signorina, che nessuno dei miei ''colleghi'' ingaggiati da questa scuola milanese ha finora opposto obiezione ad un contratto assurdo ed impreciso.
Ammettiamo che sia così (non stento a crederlo).
Che vi sia una schiera di colleghi sprovveduti o disperati non mi dovrebbe riguardare; che altri accettino contratti ridicoli non dovrebbe essere un mio problema.
Invece lo diventa.
Per questa signorina e per la sua azienda, è scontato che la seccatrice, la capricciosa che fa perdere tempo, sono io.

Non sono loro, o il loro fantomatico commercialista scansafatiche.
La voglia di mandarli affanculo in 2 o 3 lingue turba - a tratti - il mio sorriso zen.
 Francisco Goya, «El sueño de la razón produce monstruos»

Sono abbastanza stufa, direi. Non c'ho mica più voglia di frullarmi 'ste minchiate.
Limitiamoci ad una placida, logica obiezione:
gentile signorina, esimio dirigente, egregio commercialista, firmereste un contratto di lavoro, di locazione, di assicurazione dell'auto, della casa, che non vi tutela e/o non rispecchia quanto avete concordato?


Storie di mala professionalità, buzzurraggine diffusa e offensiva pretesa di accettazione di condizioni di lavoro sciagurate pullulano in blog di caparbi colleghi che raccontano la mala parata con aziende truffaldine e orde di disperati falsi professionisti. 
E pure io insisto a raccontarle, soprattutto ai miei studenti del 2° e 3° anno dell'università.
Il loro futuro mi preoccupa.
I loro sogni e le loro aspirazioni, a cui ultimamente, e troppo spesso, non posso rispondere con entusiasmo e incitazione, mi fanno sentire sconsolata e impotente.

Vorrei potergli dire che dopo la laurea troveranno opportunità e soddisfazione; che saranno accolti da imprenditori competenti e desiderosi di farli crescere professionalmente, manifestando apprezzamento per la loro preparazione, le loro doti lavorative ed umane.

Invece no. Sto ferma, come Obelix, ma la pozione magica non ce l'ho.
Uno dei miei studenti sta per partire: va a cercar lavoro in Argentina.
"Ottima notizia!Parti per non tornare!" gli ho risposto, dopo mesi di tentennamenti e un intrico di promesse incerte di aziende traballanti.
Il sonno della ragione genera mostri. La smania di profitto, di più.
Ma qualcuno di noi si ostina a sognare.
Qualcuno di noi si oppone a questi incubi.

Mi spiace ripetermi, ma forse altrove i sogni si possono realizzare.
Sempre più amici con la valigia lasciano questo paesaccio stolto, disgraziato ed imbecille. Nessuno è tornato. E stanno tutti bene. Lo auguro di cuore anche al mio studente.

§ 29/08 - EPILOGO OBELIX VS COMMERCIALISTA & CO.:

Obelix vince: il contratto viene opportunamente modificato!



1 commento:

Annalisa Dolzan ha detto...

http://sabotagetimes.com/life/confessions-of-a-minimum-wage-worker