5 aprile 2015

repost § The KET * is on the table




supercazzole dotte in merito al livello europeo della conoscenza delle lingue.

Col tarapio tapioca come se fosse antani.

...Ovviamente a destra.

In direzione Segonzano©.



(Avrei già detto tutto nel titolo).

Da anni sento studenti di ogni età farfugliare in inglese.
Li ascolto arrovellarsi sulle motivazioni di studio – dallo schietto non me ne frega un cazzo ma lo devo fare, all'impulso del commercio internazionale di spumante, alla voglia di vacanze esotiche con rimorchio di vitellone hawaiano.
Dall'esotismo intellettuale al desiderio di evasione – sensuale e fiscale – fa parte del mio lavoro rinfocolare, sostenere, rivitalizzare questa passione.

Ad anno scolastico finito rievoco lo straniamento e la finale ilarità con cui son passata
da aule istituzionali con dotte riunioni di docenti convinti della bellezza ed imprescindibile necessità di insegnare l'inglese, ovvero della catastrofica calamità che coglierebbe chi non lo impara, a classi di studenti costretti a interrompere i giochini col cellulare per intonare annojati coniugazioni storpie «I am do, you have speak (…), they am be»
per poi capitolare: «Se studio di più, muoio»©

Dicono, certi colleghi, che “gli studenti, quali cittadini comunitari, se incapaci di comunicare in inglese, sono oggi da considerarsi al pari di analfabeti”.

Ah sì?
Sgamation! Come la mettiamo con i colleghi di altre discipline che nelle commissioni di esame, intimiditi, non hanno azzardato che un paio di domande ai candidati, articolando un fantainglese più delirante di quello degli studenti? Poche frasi sgrammaticate o incomplete, lasciate appese a puntini di sospensione col fiato umido dei primi afosi giorni di estate. Enter Alex de Large, and, © Please, esc the bus.

Scend the bus, in alternativa.
Ho raccolto ben 3 quaderni di meravigliose creazioni di neolingua o “fantainglese”. Fossi io, l'autrice di queste perle, avrei già cambiato mestiere da un pezzo.
Ogni chicca dei miei studenti porta il simbolo del copyright©.
Date a Thomas quel che è di Thomas.




Cui prodest?
Ho conosciuto insegnanti inglesi residenti in Italia che non riescono a superare l'esame di certificazione di italiano.
Studenti universitari che hanno tentato l'esame B1 dodici volte o più – senza che l'esame facesse media, sborsando varie volte un bel centone per l'esame, con tesi quasi pronta e perdendo un paio di giri di boa di sessione di laurea (e dunque con altre tasse universitarie da pagare).
Ho ascoltato dirigenti di consorzi turistici con stipendio netto di mensile di 2.500€ incapaci di articolare una frase in tedesco e inglese, ma anche di prenotare un volo e un albergo online.

Ho sentito maître spiegare a turisti danesi il menù toccandosi petto e coscia.
Ho visto hostess di volo buttar via il kit di sopravvivenza e sprofondare nel divanetto mandando tutti affanculo in 7 lingue.

Giurin giurello, non sto mentendo,
con questi miei occhi verdi veni et vidi.
Poi, come in Amici miei, «Io restai a chiedermi se l'imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati»

Candidamente con Luca G., studente di 1° superiore, ho visto la luce, quando ha sbottato: «Ma prof, ma che me ne faccio dell'inglese, se è già tanto se vado a Segonzano?»
Mi inchino. Come disse D'Orazio, «Il verbo essere è impegnativo.©»
Figuriamoci essere prof! 
E comunque, a volte, in aula, val più una canzone di Bob Marley
che un manuale di grammatica. *What that you it say to do?*
(Che te lo dico a fa'?)




*KET: Key English Test


Il ventinovesimo giorno del sesto mese del 2054





29/06/2014 

1 commento:

Annalisa Dolzan ha detto...

http://asiasociety.org/competence/foreign-languages-are-global-competencies

yeah!